Maurizio Di Puolo

“Lavoro ancora con l’accetta di mio nonno. Mio padre gli ha rifatto la lama ed io il manico…”

                                                                                  Georg Christoph Lichtenberg

 

Della scultura di Paolo Delle Monache viene voglia di dire: guardate e basta, sognate e basta.
Aggiungere poi: chi guarda avverte anche la presenza evocata dell’assenza, della mancanza.
Nell’amore ci si manca tanto, nei ricordi ci si manca tanto: non parliamo della morte che “è” la mancanza, ma anche nelle Veneri acefale, abracciche, agambiche: dei miseri tronconi umani da mostro smembratore vengono tuttavia visti (un sasso di marmo) come l’emblema della bellezza…

Perché?
Cosa ci fa riempire mentalmente il vuoto?
Cosa ci porta a sentire qualcosa che non c’è (avevo uno zio, zio Augusto, che si grattava due dita mancanti rimaste nella circolare e questo fenomeno, me bambino, mi intrigava moltissimo) e quindi questi dialoghi delle statue di Paolo come frammenti di sogno?
Sempre si racconta “ti ho sognato ma non eri tu, cioè eri tu ma avevi un’altra faccia…ed eravamo in casa, ma non era la nostra casa però era quella”… tutti lacerti, frammenti slegati, un opus sectile mentale che ci lascia il ricordo di dettagli e non il tutto.
Perché Paolo seguita a scolpire?
Perché seguita a vedere l’essenza delle cose?
Perché non si quieta e non ci fa un bel donnone alla Botero?

Perché ancora, come Giacometti, seguita a sostituire il pieno con il vuoto?

L’unica immagine che mi viene in mente (oltre al ricordo di una persona che correva avanti con delle piccole scarpe di tela blu in una via di Ferrara alla due e trentacinque di un maggio a tre mesi di un brutto agosto), l’unica immagine dicevo sono quei pochi centimetri, credo quattro su fondo cinerino, tra due mani, gli indici di Adamo e Dio nella Sistina: non quasi un ettaro di affresco, ma quei quattro centimetri di vuoto.

Roma, Maggio 2000