Premio Internazionale Giovane Scultura Fondazione Francesco Messina

PREMIO INTERNAZIONALE GIOVANE SCULTURA
FONDAZIONE FRANCESCO MESSINA, 2007, MATERIMA, CASALBELTRAME (NO)

PRESS RELEASE    OPENING     MATERIMA

Sabato 15 settembre l’intero comune di Casalbeltrame (Novara), che fa parte delle città slow food, sarà sede della prima edizione del Premio Internazionale Giovane Scultura Fondazione Francesco Messina.
Venti personali di venti artisti saranno ospitate negli spazi di MATERIMA, un nuovo polo per la scultura contemporanea di oltre 20.000 mq all’interno del borgo antico della cittadina novarese. Studio Copernico di Milano ha completamente ristrutturato questi spazi con lo scopo di promuovere la diffusione dell’arte plastica.
Gli artisti, in mostra sino al fino al 13 novembre, sono stati selezionati da una commissione composta da Alberto Fiz, Dominique Marchès, Francesco Poli, Marco Vallora sono: Jessica Carrol, Paolo Delle Monache, Giuseppe Ducrot, Paolo Grassino, Isola & Norzi, Lucio e Peppe Perone, Paolo Schmidlin, Saverio Todaro, Jelena Vasiljev, Fabio Viale, Damien Cabanes, Céline Cadaureille, Yves Chaudouët, Roland Cognet, Carole Manaranche, Stephen Marsden, Philippe Toupet, Elsa Sahal.
Il Premio, voluto e sostenuto dalla Fondazione Francesco Messina, concretizza il desiderio dell’artista di sostenere i giovani artisti.

L’evento, realizzato da Nicola Loi dello Studio Copernico di Milano, avrà cadenza biennale, ad ogni edizione saranno assegnati, a seguito del giudizio di una Commissione di esperti e collezionisti, due premi: uno ad un artista italiano e uno ad un artista del Paese ospite.

Il Premio permetterà quindi sia ai critici, che al pubblico, di cogliere similitudini e differenze stilistiche e culturali di due nazioni. Quest’anno sarà la Francia ad essere accolta a Casalbeltrame.
Durante la serata inaugurale alcune carrozze trasferiranno i visitatori nelle sedi espositive.
Materima ha una posizione strategica, si trova a metà strada tra Milano e Torino e vuole essere un epicentro culturale, un crocevia internazionale immerso in un’oasi naturalistica,
Fondazione Francesco Messina

Istituita il 16 luglio 2003, la Fondazione Francesco Messina ha lo scopo di promuovere e salvaguardare il lavoro e l’immagine dell’artista.

La Fondazione promuove e valorizza i giovani scultori sia italiani che stranieri attraverso mostre e pubblicazioni, e organizza il Premio Francesco Messina dedicato ai giovani scultori. Al Premio che ha cadenza biennale, vengono chiamati a partecipare artisti italiani e stranieri che non abbiano superato i quaranta anni di età. Ogni edizione del Premio Francesco Messina avrà come ospite un differente Paese straniero.


CINQUE DOMANDE A PAOLO DELLE MONACHE
*

1) Il tuo lavoro in dieci parole
1) Cerco di comprendere qualcosa del mondo rimodellandolo, guardandolo il più attentamente possibile (lo so, sono dodici parole).
2) Quale sensazione vorresti suscitare in chi osserva le tue opere?
2) La stessa che ho ogni volta che riguardo I 400 colpi.
3) Qual’é il tuo rapporto con il passato. A chi t’ispiri?
3) Se con passato si intende il colloquio che è possibile fare con alcune forme e Maestri, il mio è un rapporto ininterrotto. Da sempre cerco un dialogo con artisti del passato (un passato a volte anche molto recente) come con i contemporanei, da Simone Martini a de Chirico passando per Palladio e molti altri. Più che ispirarmi a qualcuno, mi ritrovo in molti di loro.
4) Perché hai deciso di privilegiare la scultura?
4) Mi verrebbe da dire che è la scultura a privilegiare chi la fa, perché è una forma di memoria, di lenta osservazione e di sedimentazione del proprio vissuto, perchè c’è un grande gusto nel fare forme, che poi occupano uno spazio, hanno un peso, in altre parole sono una presenza.
5) Qual’è il rapporto tra la tua scultura e lo spazio?
5) L’ombra.

*Estratto dal catalogo della mostra


MARCO VALLORA

Lasciare impronte *
(…) Non è forse a suo modo “concettuale” anche la Maddalenina di Delle Monache, impastata nella farina di tutte le memorie dolciamare ed acri della scultura d’antan (“ Più che ispirarmi a qualcuno, mi ritrovo in molti di loro”) questo ininghiottibile cinto erniario-antiquario di capricci architettonici, scialojo-proustiani e Novecento? Noi non viviamo che nella cerchia delle nostre nostalgie solidificate, ed indigeribili: non basta la tazza di té, il “jardin dans une tasse du thé” – primo titolo della Recherche, vogliamo la città: dal cucchiaio alla città. Di fatti, alla domanda rivelatrice: “Quale sensazione vorresti suscitare in chi osserva la tua opera?” Delle Monache risponde “La stessa che ho ogni volta che riguardo I 400 colpi”. Per fortuna che ci sono gli artisti, per “ riguardare” Truffaut (attenzione, ha detto non rivedo ma “riguardo”). Merleau-Ponty ha illuminato bene la differenza tra guardare e vedere, non pretendiate che me lo sappia ricordare qui, non siamo mica agli esami. Leggetevi “ L’ Occhio e lo Spirito”, fa sempre bene “riguardare” Merleau-Ponty. Però penso d’aver intuito perché Delle Monache risponde così. Potrebbe parere una risposta snobbistica, alla prima, ma so che non è così. Truffaut ricordava come è nata , in lui, la sua “arte” di regista (che è poi la stessa radice di critico, e quale critico). Da ragazzino, storia già assolutamente quattrocento-colpi, adorava andare a vedere i film di nascosto, il pomeriggio, la non-mamma dall’amante. La sera, la provvida zia, che non sapeva esistere senza la sua “presa” quotidiana di cinema, se lo portava con sé, a rivedere lo stesso film – i quartieri di Parigi pre-nouvelle vague erano come paesini. Il piccolo trasgressore non poteva confessare la verità, né voleva annoiarsi e doveva risorbirsi così tutto, anche il film meno riuscito, e lui lo sapeva già subito, lo “ vedeva” con un contro occhio. Lo “sapeva”. Delle Monache: “il mio lavoro in dieci parole? Cerco di comprendere qualcosa del mondo rimodellandolo, guardandolo il più attentamente possibile (lo so sono dodici parole)”. Non è pedanteria da ragioniere, questo contare meticoloso, ma ironia auto-consolatoria, per protegersi dalla stoltizia delle domande, inevitabilmente e sempre Bouvard & Mazzullo. La malinconia delle definizioni telegrafiche, la détresse di Barthes contro le etichette, che ci caramellano come patatine mal fritte(lezione inaugurale al colege di Francia. Figurarsi le faccie dei prof., a quel miasma di strutto da hamburgheria. Per fortuna il mal-sesso ha sempre salvato Roland Barthes dalla doxa) Ma come, in dieci parole, esaurirsi così, in poche righine di contenimento? (Zavattini diceva, poeticamente “stric’arm n’dla parola”. “chiudermi in una parola”). Ma come? È come chiedere il segno zodiacale, ancor prima di stinger le mani. Uno accetta, rilegge quanto scritto, conta, uno due tre, conta per meticoloso puntiglio arrabbiato, riconta le parole sprecate e si vergogna: si prenda almeno la rivincita gratis, ma quanto gratificante, d’imporre due sole parole due in più. Due: minime e gigantesche. La “scultura” è anche questo: rabbia rappacificata. Sedimentazione. (“Mi verrebbe da dire che è la scultura a privileggiare chi la fa, perché è una forma di memoria, di lenta osservazione e di sedimentazione del propriovissuto, perchè c’è un grande gusto nel fare forme, che poi occupano uno spazio, hanno un peso, in altre parole sono una presenza”.). L’artista deve sempre pretendere, alla propria “camicia” definitoria-delatoria, un colletto guinzaglio il più largo e magari sbottonato possibile. Così il piccolo Truffaut conosceva già la “trama” (alla fin fine sempre balzacchiana) d’ogni film, che puntuale ogni sera gli mandava, ma adesso, “riguardandolo” quel film (Benjamin e Brecht insegnano. Il teatro epico non è nato per caso) poteva far attenzione, formalisticamente, soltanto a “come”il film era fatto. Non più al racconto in sé, gia svelato, ma al “come”, allo stile, soprattutto se mendace e zoppo (poteva, forse, preoccuparsi lui, mentalmente, di rimediare allo stile, lui, che già sapeva: puntellava il vecchio cinema di papà ed “inventava” il suo, che ancora non esisteva). Lì, in quell’intercapedine segreta del riguardare amnestico o mnestico chi lo sa – ricordo e oblio si mescolano, per nostra salvezza, come suggerisce un accorto titolo di Delle Monache: Città della memoria e dell’oblio – (ed infatti “riguardati” dicevano le nonne…Sì, figurati, allo specchio della noia e del narcisismo d’artista) così nasceva, si coltivava, sera per sera il critico-regista Truffaut. Così forse rinascono i “giovani artisti” oggi: riguardando. O non sarà forse una riscrittura ottativa, rettificante (nostalgicamente per sé, non grottescamente pretenziosa, oviamente, correttiva) non sarà una “ri-guardatura” delle Italie capovolte di Fabro, quest’opera di Delle Monache, che s’intitola, stile concerto grosso, Italiana? (Diverso da quell’altro, più irritato, di Made in Italy). Questa sorta di colosso-colosseo masticato, sbalzato, assemblato di metalli traforati, quasi trafelati, dal ricordo, tino bronzeo di tante memorie accatastate, affastellate come giornali da sempre-leggere, che pigiano, sino a farlo liquefare, il corpo plumbeo d’un’Italia stremata, illanguidita, che cola via come un fiumiciattolo? Delle Monache, che si è ostinato per anni, in un clima naturalmente ostile, a “rifare” quel corpo, che dispiaceva ai vati delle Avanguardie (gli sembrava elementare “farlo”, al Doge non-pittore ed un po’ ottuso Breton, al Gran Saccente, gli sembrava che non ci fosse niente di più facile che disegnare un volto, un naso, figurarsi! e invece stremava e si stremava Giacometti, sino alla consunzione, per ottenere quei volti-non più volti, ectoplasmatici e disfatti) ebbene Delle Monache, che s’era ostinato coriaceo a “ricantare” il corpo ed il volto, ora da tempo costruisce corpi d’architetture e di città, come i ventri abitati, greci, anatomico urbanistici di De Chirico. Soltanto ottenuti in proiezione tridimensionale. (…) alla domanda: ”Qual’è il rapporto tra la scultura e lo spazio?” Delle Monache replica semplicemente, profondamente: “L’ombra”. Che è appunto anima, per Jung, persona, maschera della materia: come quel volto incarcerato dietro l’urbe-eur di prigione-Atelier, che è una metafora solidificata del “guardare”, cangiante di prospettiva. Si guardi quel volto-sguardo posato su un trespolo-trampolino, in omaggio ai dorati tavolini d’affiatamento dei fratelli Giacometti (…): guardate quel volto ossidato, preso in trappola, ma felice d’essere prigione del ricordo, che a seconda della prospettiva da cui lo scruti, cangia completamente di significato, proprio come i ricordi. Perché per Delle Monache tutto è maddalenina, urbanistica di memorie ed oblii, Italie fragili come giochi di carte, appese al filo almanaccante d’un traforato meccano del ricordo.

*Estratto dal catalogo della mostra

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