Marco Meneguzzo
Tratto dal catalogo della mostra personale EXTRA-LUOGHI, Museo Marino Marini, Pistoia, Ed. Renografica, 2008
EXTRA: FUORI E OLTRE
Il concetto di "luogo" abita l'arte e la critica d'arte da almeno un trentennio. Da quando, alla fine degli anni Settanta del XX secolo, il filosofo Martin Heidegger è diventato di moda, con il suo linguaggio sempre alla ricerca dell'originarietà delle parole e, quindi, dei concetti. Da allora, il "luogo" è diventato un posto misterioso, mitico e mistico, lo spazio degli accadimenti più intimi ed epocali insieme, perché legati alla sfera originaria dell'uomo e delle sue azioni. Negli anni Novanta la parola, da onnicomprensiva nella sua brevità e nell'assolutezza dell'essere nome senza aggettivi qual era in quella speciale accezione (che andava così bene, era così analogicamente aderente al ritorno trionfale della pittura, e della pittura in fondo narrativa degli anni Ottanta), si è storicizzata, socializzata, è cartesianamente mutata con la semplice aggiunta della preposizione "non": il "non luogo" di Marc Augé è stato il luogo - ci si passi il calembour - della dimostrazione dell'esistenza della postmodernità globale, con la sua idea di transito, di neutralità, di incontro, di socializzazione, di indifferenza. In sostanza, e anche formalmente, il contrario del "luogo" heideggeriano, così come gli anni Novanta sono stati il contrario, artisticamente, del decennio precedente.
E' anche per questi motivi che quando Paolo Delle Monache ci propone i suoi "Extra-luoghi" un leggero brivido - di piacere e di preoccupazione ermeneutica - percorre la schiena di ogni critico (o, almeno, la mia…). "Extra", infatti, significa contemporaneamente "fuori" e "straordinario, superiore", e credo che in questa duplice accezione l'artista ci si ritrovi, magari senza la presunzione filosofica di definire una condizione del mondo, ma sicuramente con l'ambizione di identificare e di far identificare il proprio linguaggio plastico attraverso la tipica ambiguità dell'arte.
Esistono dunque nelle sue sculture recenti - gli "Extra luoghi" datano appena dal 2007 - degli elementi che sono "fuori" e al contempo "straordinari". Ma "fuori" da che cosa?
Fuori, credo, da ciò che la scultura ha sempre inteso come il "cuore" del proprio linguaggio, rappresentato dalla figura umana: si badi, Delle Monache non intende abdicare né alla figura, né tanto meno allo statuto tradizionale della scultura, che gli appartiene in toto, ma è come se volesse inserire la figura nel suo contesto più ampio, cose che, in scultura, è infinitamente più problematico che in pittura o in altre discipline espressive. In altre parole, il centro ideale e visivo della sua scultura resta la figura umana - il volto, il corpo o frammenti di esso -, ma questa è circondata, e talora costruita, costituita da un contesto architettonico che ne istituisce il background formativo, l'essenza intellettuale: come a dire che l'uomo, costruendo il suo habitat, costruisce se stesso. C'è un piacere quasi aristocratico nello scegliere le architetture di cui siamo fatti, architetture che tutti riconosciamo senza saper però identificare - a parte un Cupolone di santa Maria del Fiore e un Colosseo, e forse una facciata vista in una "Città ideale" attribuita a Piero della Francesca o alla sua cerchia… -, ma comunque riconducibili alla classicità degli archi, dei frontoni, delle cupole che costituiscono il paesaggio italiano, il paesaggio delle città italiane, cioè di quella cultura solidamente costruttiva e costruita di cui possiamo vantarci, ma solo se ne siamo consapevoli. Delle Monache, oltre ad esserne consapevole, appare anche orgoglioso di questo retaggio: è un "fuori" (ecco il primo significato di "extra") che tuttavia è talmente connaturato con la nostra esistenza da costituire il moltiplicatore del nostro sguardo sul mondo. Ad esempio, uno di questi "Extra-luoghi" è una sorta di grande parabola concava, simile nella forma generale a quelle che captano il rumore di galassie lontane, fatta di facciate architettoniche che sembrano convogliare il rumore del mondo nel volto che sta esattamente dove - nello strumento tecnologico - si trova l'antenna ricevente: dunque, il "fuori" comunica con noi, il contesto fisico e culturale è il nostro orizzonte - chiuso, aperto, frammentato, in equilibrio precario non importa -senza il quale non esisteremmo e, di fatto, non esisterebbe la scultura di Delle Monache, che fisicamente è costituita in massima parte da questi "luoghi".
E che siano anche "extra ordinari" ( ecco il secondo significato ) lo si comprende proprio da questo: che senza la loro presenza non ci sarebbe opera o, al massimo, ci sarebbe semplicemente quel volto smarrito nel nulla, o nel primordiale (bello, a questo proposito, il ciclo appena precedente degli "Alberi" composti da mani e da gambe umane).
La cultura costruita - l'architettura - costruisce la scultura, ed entrambi i linguaggi non sono altro, nel caso di delle Monache, che la materia di cui è fatto l'uomo, una specie di metafora plastica dell'esistenza. E si tratta dell'uomo qui e ora (lo scultore non ha paura nemmeno di costruire sagome della Penisola per accentuare questa sensazione di appartenenza culturale e di identificazione intellettuale), di una persona che da un lato porta il fardello di una cultura ingombrante e pesante, dall'altro ha la fortuna di essere ingombrato e appesantito da tanta extra ordinarietà.
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